“Il posto in cui ti senti a casa” – un riparo dentro di noi quando fuori c’è tempesta

“Provate a pensare al posto nel mondo in cui vi piace di più stare, quello in cui andate se ne avete bisogno. Immaginatelo nella vostra testa, come se ci foste davvero. E quando arriva la contrazione, rifugiatevi lì”.

Questa frase fu detta dalla straordinaria ostetrica che mi ha seguita in gravidanza, durante un incontro dedicato al travaglio. È uno dei momenti che più mi sono rimasti impressi nella memoria, mentre ero in attesa.

Capii subito che era qualcosa che avevo sempre fatto, più e più volte in passato, spontaneamente, in tutti quei momenti in cui la situazione presente mi faceva male, o paura. 

Ed è quello che a volte facciamo anche immergendoci in un libro. In una canzone. O in un ricordo.

La tempesta fuori…

Da piccola, quando mi sentivo sovrastata dalle situazioni, il mio rifugio mentale erano i sogni a occhi aperti. Pensavo spesso alla me “da grande” – a dove avrei abitato, di chi mi sarei innamorata, i nomi che avrei dato ai miei bambini. Creavo immagini con la mente o riempivo quaderni di idee e ritagli di giornale. E mi sentivo tranquilla ogni volta che potevo sprofondare nella lettura (in qualsiasi cosa scritta, che fossero riviste della mia nonna o i Reader’s Digest di mio padre). 

Crescendo, sempre più spesso il mio rifugio sono stati libri o film, quelli che leggiamo o guardiamo più volte anche solo a stralci, ogni volta che vogliamo sentirci a casa. O alcuni luoghi reali, come la casa di mia nonna o quella dei miei zii in Germania. Se non potevo esserci davvero, le visitavo nei ricordi. E, pensandoci, più che le loro case era pensare a loro a trasmettermi senso di protezione. I miei luoghi sicuri erano anche persone reali.

La tempesta personale che più mi ha colpita, e che ha lasciato tante delle ammaccature che ancora porto dentro, è durata circa due anni. Ero ferita, spaventata, scossa. Smarrita e mortificata. Mi sono guarita da sola, piano piano, cercando riparo in una sorta di autoisolamento e circondandomi di racconti e di progetti. Ho letto tantissimo, cercavo le storie di cui sentivo più bisogno. Ho iniziato a programmare un futuro viaggio in solitaria nel Paese che amo di più, la Gran Bretagna. E sognavo una famiglia mia. Una vita a misura di me. La tempesta si è poi affievolita, anche se il vento ogni tanto ricomincia a soffiare.

…il mio mondo dentro

Ho ripensato a tutto questo, quando l’ostetrica ci ha dato quel consiglio. E mi sono messa a immaginare quale fosse in quel momento il posto in cui mi sentivo di più a casa. Un insieme delle mie cose preferite al mondo, in cui potermi rifugiare durante quel viaggio particolare, prima di incontrare il mio bambino.

La mia mente ha creato un luogo solo mio – un misto delle strade di Londra e di sentieri di montagna coperti di neve. Il mio compagno e mio padre insieme a me. Una libreria con mappe appese alle pareti e una poltroncina accanto a una finestra, con vista di alberi e mare. Un caminetto acceso, una culla a dondolo appesa a travi di legno.

Non tutti conoscono questa particolarità: quando si ha una contrazione e si è molto avanti con il travaglio, la mente tende a “viaggiare”, a distaccarsi. La parte razionale di noi stesse si ritira per un po’ e viene fuori quella più primordiale. Si arriva ad essere quasi in trance, sospese fra il reale “attutito” e un nostro mondo interno. E’ qualcosa di affascinante, in parte sconosciuto, e può aiutare a capire anche il modo tutto personale con cui affrontiamo certi eventi. È quello il momento in cui cercare rifugio nel posto che ci siamo scelte.

Di tigri fuori dalla grotta

Durante la gravidanza mi sono imbattuta in alcuni articoli bellissimi (come questo) su un aspetto del partorire che non avevo mai sentito affrontare prima. Su come ormoni, cervello, muscoli, tutto nel nostro corpo si allea affinché il parto avvenga solo se la donna si sente in condizioni di sicurezza.

E’ una sensazione di natura primitiva, rimasta nel nostro dna da quando le donne partorivano nelle grotte e fuori potevano esserci predatori in agguato (gli articoli che cito parlano di “tigri dai denti a sciabola”). Se la donna non si sente al sicuro, il travaglio rallenta o addirittura si interrompe. Potrebbe essere ciò che accade ogni volta che sentiamo raccontare di contrazioni che, ad un certo punto, sono diminuite o proprio svanite, di sofferenza nel battito, di cesarei d’emergenza.

E’ una storia complessa e meravigliosa, quella di un parto, fatta di natura e istinto, di adrenalina e ossitocina, di corteccia e sistema limbico. Di corpo e mente che restano in allerta o che si lasciano andare (e se ci pensiamo bene, non accade solo partorendo). 

Tornare a casa

Rifugiarsi con la mente nel posto in cui ci sentiamo più al sicuro, in un momento di sofferenza come possono essere il travaglio, una difficoltà emotiva o un evento eccezionale che stiamo vivendo*, è una risorsa preziosa. Può essere di aiuto anche quando la testa è affollata di impegni e di troppi pensieri che ci impediscono di riposare. E’ il posto in cui possiamo restare un po’ da soli e dedicarci a ciò che amiamo fare. O in cui c’è qualcuno che ci aspetta.

Ancora adesso rifletto spesso su quale sia quel posto, per me. A volte mi ci rifugio poco prima di addormentarmi. Cambia a seconda dei periodi, ma mi accorgo che alcuni particolari restano sempre gli stessi. Possono essere persone, oppure sensazioni. Sono ambienti in cui mi sento bene o attività a cui mi dedico. Ma tutti hanno in comune la capacità di riportarmi a casa.

*Aprile 2020 – questa pandemia e il conseguente lockdown sono senza dubbio un evento collettivo enorme e imprevisto. Leggendo avrete forse pensato al vostro luogo, quello in cui voi cerchereste riparo. Chissà se è un posto reale, una persona o qualcosa che amate fare. Se vi fa piacere, condividetelo qui. Se non l’avete già fatto, invece, provate a immaginarlo. Ci vedremo poi tutti lì, quando questa tempesta sarà passata.

2 pensieri riguardo ““Il posto in cui ti senti a casa” – un riparo dentro di noi quando fuori c’è tempesta

  1. Senza saperlo anche io ho un posto, anzi 2 nei quali fuggire quando la realtà fa male.
    Tutto sommato é un po’ che non ci vado, ma ricordo ancora quanto mi concentro per immaginarmi li quando sono davvero triste e delusa tanto da riuscire a sentire perfino gli odori e i rumori.
    Un posto del cuore é Londra, la mia prima esperienza fuori casa, quanto mi sono sentita libera e invincibile. Partita da sola con quattro lire e tanta voglia di imparare, con una stanza presa dalla parte opposta della città rispetto a dove avevo la scuola per risparmiare. Mi dovevo svegliare all’alba ma non c’è stato un giorno che mi sia pesato farlo. Respiravo vita a pieni polmoni, giravo la città in solitaria e la sera mangiavo la cheesecake di Tesco da 1 pound.
    Mi sentivo così ricca.
    L’altro é Nizza: eccomi uscire di casa, passeggiare nella via principale: mi fermo a comprare fragole da una bancarella e pain au chocolat rigorosamente richiesto in lingua francese anche se fingono sempre di non capirmi, poi guardo il mercato dei fiori in quella piazzetta dove si sente già l’odore del mare.
    C’è una tizia che sembra uscita da un film, rigorosamente francese quindi lento, che fa quella specie di farinata di ceci di cui non ricordo il nome.
    Ho un vestito a fiori e mi sento così spensierata.
    Ci porterò i miei bambini, in entrambi i posti e so che li adoreranno. Sarà tutto come nella mia testa, non sarà cambiato nulla. Nessuno dovrà mantenere le distanze di sicurezza…
    Peccato non averci pensato durante il parto di Sofia, avrei sofferto meno ma ora, grazie a te ho una chiave di lettura per il dolore di questo parto.
    Quello di Pier era stato magico, accoglievo le contrazioni come segnali per arrivare dal mio bambino mentre ora so che con Sofia avevo solo tanta paura, non volevo farla nascere in un periodo storico così, il mio inconscio si rifiutava, ecco perché tutto quel dolore.
    Ma alla fine la vita sulla paura vince sempre.

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  2. Quello che dici del sentirsi sicuri, credo di averlo passato. Io volevo essere SOLA in sala parto, avevo il terrore che tutti fossero dietro quella porta ad aspettare. Io ho partorito un mese prima, sono arrivata in ospedale alle 13.30 ed era completamente VUOTO, in sala parto solo io e lui e un’ostetrica molto giovane che mi ha messo a mio agio subito. Si, mi sono sentita sicura e protetta, infatti è andata benissimo.
    Durante il parto ho chiuso gli occhi e mi sono “abbandonata al mio corpo”, non mi ci sono rifugiata dentro la casa, ma ho avuto molti sogni prima di partorire in cui ero li con la mia bambina.
    Io mi rifugio spesso mentalmente nel mio posto, nella mia casa dal color pastello. Una casa con il portico e la bicicletta sempre parcheggiata fuori, con la musica di sottofondo che arriva da qualche macchina di passaggio. Questa casa è collocata in America.

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