Io, Elinor & Marianne

Qualcuno conoscerà la storia di Elinor e Marianne, due sorelle molto unite che sembrano incarnare due lati completamente opposti del carattere – una razionale, pacata e riflessiva, quanto passionale, emotiva e impetuosa l’altra. Fino ad una significativa svolta, quasi un ribaltamento (in realtà, più un “completamento”), in cui la prima confida alla sorella tutti i sentimenti che teneva celati e la seconda si scopre capace di un romanticismo più quieto.

E’ una delle storie di Jane Austen, narrata nel romanzo Ragione e Sentimento (il titolo originale, Sense and Sensibility, penso che faccia comprendere meglio la contrapposizione fra i due tratti, per come potevano intenderla Jane stessa e i suoi contemporanei a inizio ‘800, e per come possiamo oggi intuirla noi: la razionalità, l’uso del buon senso e ciò che la società si aspetta, contrapposta alla sensibilità, alle emozioni più spontanee e non filtrate).

Ho spesso pensato di essere una Elinor. Poco incline a esternare quel che provassi, tranquilla, partecipe ma silenziosa, molto riflessiva. A volte intimidita e bloccata. Fino a che non mi sono ritrovata in momenti intensi o difficili della mia vita – ed è stato chiaro quanto invece io fossi Marianne. Che vive profondamente qualsiasi evento e relazione con gli altri – anche solo immaginata. Che sogna e desidera intensamente. Ingenua, inesperta, fiduciosa. Che, alla fine, resta spiazzata, turbata e mortificata. Profondamente ferita. Tutto questo vissuto in maniera amplificata – esagerata, come dicono spesso gli altri. Sentimenti provati in modo intenso, totale, puro – le emozioni positive, ma anche la sofferenza.

Tutto ciò mi è successo troppo spesso, in fasi ed età diverse, ma particolarmente in due periodi della mia vita. E quello di cui mi accorgevo, ogni volta, era di non avere vicino qualcuno che credesse in me, che stesse dalla mia parte, nel bene e nel male, confortandomi, guidandomi quando serviva, informandosi e difendendomi, aiutandomi a costruire attorno a me una rete di affetto e protezione.

Quello che mi è sempre mancato è stato avere una Elinor accanto.

Nel romanzo la sorella maggiore si prende cura di Marianne in più occasioni, offrendole sostegno, ma anche consigli e critiche quando necessario – e soprattutto arrivando a capire come aiutarla a tenere lontane certe persone, e perché. Ho sperato di averla trovata, la mia Elinor, più volte. Nei momenti peggiori l’ho cercata disperatamente, in persone di famiglia o in affetti nuovi, passeggeri. Instabili. Irreali. Finché non mi sono accorta di essere arrivata in fondo alla disperazione e aver iniziato ormai da sola a risalire, curandomi, guarendo almeno in parte, conversando e riflettendo con me stessa. Aiutandomi con attenzioni dedicate a me, da parte di me stessa. Elinor l’avevo dentro. Elinor era già una parte di me – debole e silenziosa, ma presente.

Di una Elinor reale, al di fuori di me e delle mie forze, continuo però ad averne bisogno. Nonostante la certezza che sarebbe stata necessaria prima, molto prima, alla me ragazzina, quando ancora ero in tempo a non fare danni, e a non permettere che me ne venissero fatti. E so che, anche per la me adulta, avere una Elinor vicino sarebbe come l’inizio di un capitolo migliore della storia.

~

Elinor, la figlia maggiore, il cui parere era stato così efficace, possedeva una capacità di comprensione, e una freddezza di giudizio, che la qualificavano, anche se a soli diciannove anni, a dare consigli alla madre, e le davano la facoltà di contrapporsi, con vantaggio per tutti, all’avventatezza di Mrs. Dashwood che conduceva generalmente all’imprudenza. Aveva un cuore eccellente, era affettuosa, e i suoi sentimenti erano forti, ma lei sapeva come governarli.

Le doti di Marianne erano, per molti aspetti, del tutto simili a quelle di Elinor. Era sensibile e intelligente, ma impaziente in tutto; le sue pene, le sue gioie, non potevano essere moderate. Era generosa, amabile, interessante, tutto meno che prudente”

Ragione e sentimento, Jane Austen

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